
Lanciato nel 1966, Aramis è il chypre cuoiato che ha portato il profumo maschile di prestigio nei grandi magazzini. Bernard Chant vi riprende l’ossatura del suo Cabochard e la indurisce: aldeidi taglienti, artemisia amara, poi un cuoio massiccio poggiato sul muschio di quercia e sul patchouli. Un classico frontale, che non ha mai imparato a scusarsi.
Un chypre, in senso stretto, si regge su un contrasto: un agrume in testa, un muschio e un labdano sul fondo, e nulla nel mezzo che addolcisca il passaggio. Aramis rispetta questo capitolato e lo complica subito. Il bergamotto vi compare senza mai essere solare, e la base di muschio e patchouli, che dovrebbe restare in secondo piano, occupa metà della formula. È un chypre sbilanciato verso il basso, e questo squilibrio costituisce tutta la sua firma.
L’accordo iniziale non appartiene all’agrumato ma all’aromatico amaro. Artemisia, timo e salvia formano una triade che evoca il cespuglio secco più che il giardino, con quell’amarezza vegetale che graffia un po’ se si avvicina troppo il polso. Il trifoglio vi aggiunge un’inflessione di stelo tagliato, più umida, ed è pressappoco l’unico punto della formula in cui qualcosa somiglia alla freschezza.
Due materie prime impediscono a questo insieme di restare una semplice acqua d’erbe. Anzitutto le aldeidi, il cui impiego nella profumeria maschile era ancora raro a metà degli anni Sessanta: portano un bagliore ceroso, quasi saponoso, che conferisce all’attacco il suo carattere netto e pulito. Poi la gardenia, indolica e cremosa, che fa scivolare uno spessore bianco sotto gli aromi. L’una tira verso l’alto, l’altra zavorra dal basso.
Il cuoio qui non è una materia prima naturale ma un accordo, costruito attorno all’isobutilchinolina – una molecola che sa di catrame, di fuliggine e di foglia di violetta stropicciata. È lei a produrre questo cuoio secco, quasi medicinale, lontanissimo dai cuoi morbidi e mielati che si compongono oggi. Chant l’aveva già impiegata sette anni prima; ne aumenta la dose e le toglie il contorno floreale che la ammorbidiva.
Sotto il cuoio, quattro materie prime lavorano di concerto. Il muschio di quercia porta l’humus e l’amarezza terrosa che definiscono il genere. Il patchouli, dosato senza ritegno, dà profondità e una punta canforata. Il vetiver aggiunge il suo fumo secco, il sandalo una dolcezza lattiginosa che si percepisce solo dopo diverse ore. Insieme costituiscono l’ossatura che giustifica la classificazione come legnoso chypre anziché come semplice chypre.
Restano tre materie prime che non si individuano mai isolatamente. L’ambra riscalda senza zuccherare. Il muschio, apertamente animale, prolunga la scia ben oltre quanto la formula lasci prevedere. E la noce di cocco, presente in quantità minima, agisce da ammorbidente: leviga gli spigoli del cuoio senza mai segnalarsi come nota gourmand. Il procedimento era un’abitudine di Chant, e fa parte di ciò che rende la formula difficile da ricostruire – essendo peraltro il muschio di quercia molto più regolamentato di quanto non fosse allora.
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